BRENTONICO ABBRACCIA IL CHIEVO

Al via la decima stagione nella massima serie della squadra veronese che punterà ancora sulla solida guida di Maran.

Brentonico è un paesino sonnacchioso, qualche centinaio di casette alte un paio di piani, la maggior parte costruite o ristrutturate nella seconda metà del secolo scorso, divise dalla strada provinciale che dalla valle porta gli sparuti turisti sulle piste da sci del comprensorio della Polsa e San Valentino, piste che il graduale surriscaldamento del pianeta sta rendendo inverno dopo inverno sempre più difficile vedere ricoperte di neve. Le piste si trovano ad un’altezza di poche centinaia di metri sopra i mille metri, Brentonico è qualche chilometro di strada prima, settecentocinquanta metri sul livello del mare, adagiato sul versante che guarda verso est del bastione del monte Baldo. Dall’ultimo tornante prima di entrare in paese, salendo da Mori, puoi volgere lo sguardo sopra la zona industriale di Rovereto, accarezzata dal fiume Adige, e, spaziando verso nord, sul centro storico della cittadina roveretana, riuscendo a riconoscere la cupola del Mart e la campana dei Caduti

Alle spalle del viaggiatore intento a mirare la Vallagarina si staglia invece incurante di ciò che avviene più in basso il dormiente monte Baldo, un vulcano estinto, o forse no, e la sua cima più alta, il monte Altissimo, che volendosi distinguere da tutte le vette che lo circondano e che anticipano, per chi volesse proseguire verso nord, le sorelle più affascinanti e decisamente più slanciate del gruppo delle Dolomiti, non possiede una sagoma geometrica rocciosa, bensì si risolve in un dolce e sinuoso alternarsi di prati e di pascoli, tra i quali si trovano meravigliosamente a proprio agio falchi, marmotte, orsi e un’infinità di piante e fiori rari e protetti.

Dalla cima, di qualche spanna sopra i duemila metri, puoi dominare il lago di Garda in tutta la sua interezza, e se la giornata è limpida puoi seguire i riflessi del sole sulla sua superficie fino alle sue sponde più meridionali; in una giornata in cui il vento si sia messo di particolare impegno e sia riuscito a soffiare via tutte le schifezze che vanno a formare lo smog padano, puoi vedere addirittura i riflessi del mare Adriatico, e con l’aiuto di un buon binocolo puoi intravedere pure il campanile di San Marco. Sì, proprio quello di Venezia!

E’ una montagna onesta, il monte Baldo, conscia dei propri limiti ma anche consapevole di quello che di buono ti può offrire, che non ci prova proprio, a fare la concorrenza alle Dolomiti e ai suoi profili che il tramontare del sole rende ancora più magici ed ipnotici, ma che riesce a regalarti angoli di pace estatica, un giorno di vacanza senza le pretese e l’adrenalina di un trekking mozzafiato a fianco della Marmolada o in mezzo alle guglie imponenti del Catinaccio ma piuttosto la semplicità disarmante del fischio delle marmotte a duettare con il tappeto sonoro delle cicale, un fiore dai colori e dalle forme sorprendenti che spunta tra l’erba colore dell’oro, la brezza che ti accarezza la pelle e che ti porta alle narici il profumo acre di una margherita appena depositata da una mucca al pascolo.

Brentonico è in questo senso il posto più naturale dove il Chievo avrebbe potuto iniziare il suo percorso annuale che lo porterà a disputare il decimo campionato consecutivo nella serie A italiana. Squadra pragmatica, che bada al sodo, che non offre magari ai propri tifosi l’illusione di poter raggiungere traguardi al di là delle proprie possibilità, ma che sempre con meno patemi ogni anno che passa porta a casa l’obiettivo minimo dichiarato ad inizio stagione, regalando a chi la segue settimanalmente allo stadio una certa tranquillità d’animo, e risparmiandogli tensioni e nervosi che alla lunga danneggerebbero fegato e coronarie. Magari non farà sfoggio di un gioco spettacolare, ma d’altronde c’è qualcuno in Italia che possa vantarsi di riuscire in questo?, i gol si potranno contare sulle dita di una mano (quelli segnati nell’arco di un mese, s’intende), qualche pareggio che accontenti entrambe le squadre potrà nei momenti cruciali della stagione potrà magari essere tacitamente accordato tra le due contendenti, con buona pace dei tifosi che a fine partita si lasceranno sfuggire qualche timido fischio di delusione per il pomeriggio di noia, ma a fine stagione regolarmente da una decina di anni a questa parte ci si saluta con il sorriso sulle labbra e ci si dà appuntamento all’anno prossimo, ancora ospiti del banchetto più allettante e ricco della festa.

Una squadra, questo Chievo, alle cui spalle c’è una società che si è ormai consolidata nel tempo, la cui struttura si posa su fondamenta solide, che non ha mai osato oltre le proprie possibilità e che, conscia della propria dimensione, ha saputo accumulare un’esperienza ed una scaltrezza che le permettono di essere una delle squadre più presenti nell’ultima decade nella massima serie.

Alla guida della squadra è stato giustamente confermato Maran assieme ad il suo staff. Rolando Maran è uno degli allenatori più preparati del panorama calcistico italiano, sicuramente anche uno dei più puntigliosi: anche ieri, come accadrà in tutti gli allenamenti del ritiro, l’intera seduta è stata filmata dall’alto per essere successivamente analizzata assieme all’ausilio del sistema gps, con ogni giocatore che indossava la pettorina contenente il relativo chip. Maran dalle mille sfumature, pure artista… Chi fosse arrivato ieri al campo sportivo di Brentonico qualche minuto prima dell’uscita dei giocatori dagli spogliatoi avrebbe pensato di trovarsi di fronte ad una installazione di qualche artista d’avanguardia, vedendo cinquanta sagome di dimensioni umane, venticinque gialle e venticinque rosse, disposte lungo i cinquanta metri centrali del campo a formare un reticolo ordinato di statue. Verranno poi usate per tutta la durata dell’allenamento al fine di creare un elemento di disturbo per tutta la mezz’oretta della seduta in cui si è usata la palla, prima individualmente, con esercizi di controllo e di slalom tra le statue, e successivamente divisi in due squadre da undici giocatori che cercavano di fare circolare la palla nel modo più fluido e veloce possibile, con la direttiva specifica di due tocchi al massimo.

Ventisette i giocatori che hanno faticato sotto i nuvoloni che nel tardo pomeriggio hanno popolato il cielo sopra Brentonico, tra i quali spiccavano i volti conosciutissimi dei vari Pellissier, Gamberini, Dainelli, Sorrentino, Gobbi, che avranno il compito di trasmettere la loro serietà e la loro esperienza ai più giovani, tra i quali il nuovo arrivato Gaudino sembra avere tecnica sopraffina e piedi buoni, a compensare un fisico ancora un po’ leggero. Compito del preparatore atletico sarà invece quello di prepararli al meglio ed abbassare di qualche anno l’età anagrafica di buona parte di loro, vicinissimi alla soglia dei quarant’anni.

Unici spettatori delle fatiche dei gialloblu un papà con il figlio, oltre il sottoscritto. Ed è questo, forse, l’unico limite di questa società. Pochi tifosi significano indubbiamente poche pressioni esterne, la possibilità di lavorare ma soprattutto di sbagliare in tutta tranquillità, ma anche una minore spinta ad alzare il livello dell’intensità e dell’ambizione, e un minor incentivo a sognare qualche cosa di più del minimo sindacale. Che rimane, non è assolutamente il caso di sminuirne la portata, tanta roba…

 

 

Andrea Fait

 

 

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15 luglio 2017

Notizia redatta da Redazione