L'ITALIA DELLO SCI SOGNA A 5 CERCHI

Il conto alla rovescia sta per scadere, ormai ci siamo. L’Italia dello sci si presenta carica di speranze all’appuntamento a cinque cerchi di PyeongChang sia in campo maschile che in quello femminile.

Il conto alla rovescia sta per scadere, ormai ci siamo. L’Italia dello sci si presenta carica di speranze all’appuntamento a cinque cerchi di PyeongChang.  Lo sci maschile ha regalato al nostro paese 17 medaglie in tutto, delle quali 8 d’oro, 6 d’argento, e 3 di bronzo.  Una storia iniziata nel 1952 con il grande Zeno Colò, proseguita begli anni ’70 con Gustavo Thoeni e Piero Gros ai tempi della Valanga Azzurra, consacrata all’Olimpo grazie alle leggendarie imprese di Alberto Tomba, e ferma all’oro di Giuliano Razzoli nel piovoso slalom di Whistler alle olimpiadi di Vancouver nel 2010. Quattro anni fa a Sochi, Christof Innerhofer fu argento in discesa ad appena sei centesimi dall’oro, e replicò con il bronzo in Supercombinata, che sarà anche a nostro modesto parere una mezza gara buona solo a dispensar medaglie, ma negli almanacchi rimane, piaccia o no. Se in coppa del mondo qualcosa in bacheca abbiamo messo, soprattutto per merito di Peter Fill, vincitore delle due ultime sfere di cristallo di specialità in discesa, e combinata quest’anno, le ultime due edizioni dei mondiali, prima a Vail e poi a St Moritz, ci hanno visto fare mesto ritorno a casa a mani vuote.

L’Olimpiade, molto di più che il mondiale, merita un discorso a se stante: come dice Piero Gros, “la vittoria olimpica è un titolo che per quattro anni nessuno ti porta via e te lo porti appresso tutta la vita”. Ovvio che, in una gara attesa quattro anni che vale una carriera, la pressione da gestire sia altissima. Ci sta che quindi che ne possano scaturire sorprese, come più volte accaduto in passato, ad esempio con l’oro do Josef Polig e l’argento di Gianfranco Martin nella combinata di Albertville, o l’oro di Razzoli a Vancouver.  Le migliori carte da calare sulle nevi coreane riguardano la velocità dove Dominik Paris, Peter Fill, e Christof Innerhofer si presentano all’appuntamento con ottime credenziali per una medaglia. Paris ha vinto quest’anno a Bormio ed è sempre apparso competitivo. Se non avesse commesso un banale errore, “Inner” avrebbe vinto l’ultima discesa di Garmisch; rimane il fatto che ha dato segnali confortanti sulla propria condizione. Il ruolo di grandi favoriti spetta all’elvetico Beat Feuz, in palese stato di grazia, e Aksel Lund Svindal, ma i nostri possono recitare la parte dei guastafeste. Fill, fresco di coppa di specialità, è la nostra punta per la supercombinata. 

Difficile invece portare a casa qualcosa dalle discipline tecniche, dove i giovani stentano ad affacciarsi, e di conseguenza siamo costretti ad affidarci alla vecchia guardia. Moelgg e Gross non sono ancora andati a podio quest’anno; meglio De Aliprandini che sul biglietto da visita può vantare il quarto posto all’università del Gigante di Adelboden. Marcel Hirscher e l’uomo da battere: il fenomeno austriaco non ha mai vinto l’oro olimpico e aspira a recuperare il terreno perduto puntando alla doppietta sia in Gigante che Slalom (impresa riuscita in passato a Toni Sailer, Jean-Claude Killy, Ingemar Stenmark, Alberto Tomba, e Benjamin Raich).  Tra i pali stretti si preannuncia un duello entusiasmante con l’astro norvegese Kristoffersen: da tempo i due fanno ormai una gara a parte. Aperto il discorso per il bronzo.  In Gigante resta da vedere se Alexis Pinturault, molto al di sotto delle attese quest’anno, abbia recuperato smalto sufficiente a porlo in lizza almeno per il podio.  Stessa cosa per Ted Ligety, in netta ripresa dopo gli infortuni che lo hanno frenato.  

In campo femminile, siamo giunti alla terza generazione della Valanga Rosa: agli anni di Claudia Giordani, Ninna Quarto, Daniela Zini, Paoletta Magoni, seguì l’età dell’oro di Deborah Compagnoni, Isolde Kostner, Karen Putzer, e Daniela Ceccarelli, che conquistò l’ultimo successo azzurro nel SuperG di Salt Lake City nel 2002, in una giornata che vide Karen Putzer terza. Quattro anni fa ci dannammo nei rimpianti per le medaglie di legno di Nadia Fanchini e Daniela Merighetti.  Questa volta ci presentiamo con uno squadrone. La tripletta nella discesa di Bad Kleinkirchheim è stata sinora il punto più alto di una stagione da incorniciare (4 successi, 18 podi). Sofia Goggia e Federica Brignone sono le nostre gemme, ma Marta Bassino, Nadia Fanchini, Irene Curtoni, Johanna Schnarf, e l’eterna Manuela Moelgg, possono tutte dire la loro.  Goggia e Brignone sono tra le favorite insieme a Lindsay Vonn per le gare veloci. Nell’ultima discesa di Garmisch, l’ex signorina Kildow l’ha spuntata per un nulla su Sofia. A PyeongChang lo scorso anno la bergamasca ebbe la meglio sulla rivale facendo doppietta in discesa e SuperG.  La pista le piace e le si addice.  E’ una tosta combattente e se la giocherà fino all’ultimo curvone. Sarà una sfida appassionante che coinvolgerà anche Federica Brignone.  A nostro avviso, la valdostana ha le maggiori chance in Gigante dove contenderà il podio alla francese Tessa Worley, la norvegese Raghnild Mowinckel, la tedesca Viktoria Rebensburg, e soprattutto alla regina del circo bianco Mikaela Shiffrin. La fuoriclasse di Vail, già oro a Sochi in Slalom, sogna come Hirscher la doppietta. Se tra i pali stretti la sua superiorità è a dir poco schiacciante e la vittoria appare pressoché scontata, tra le porte larghe il lotto delle contendenti è decisamente più folto e agguerrito con le azzurre in prima fila. Oltre alla Brignone, possiamo contare sulla Goggia (toh, ancora lei) Manuel Moelgg (già tre volte sul podio quest’anno), e una Marta Bassino che arriva in Corea in fiducia, forte di due podi nelle due ultime gare disputate. A livello di squadra, in Gigante l’Italia si presenta insomma come la formazione numero uno al mondo, la più forte nazionale azzurra mai presentata ad un cancelletto di partenza olimpico.

La nostra prima medaglia risale al bronzo di Giuliana Minuzzo a Oslo nel 1952, risultato bissato dalla sciatrice di Marostica a Squaw Valley otto anni dopo. Claudia Giordani fu splendido argento a Innsbruck nel 1976. Indimenticabile rimane il successo in slalom di Paoletta Magoni nel nebbione di Sarajevo nel 1984.  Poi vennero i tre trionfi di Deborah Compagnoni ad Albertiville, Lillehammer, e Nagano. Ci siamo fermati alla vittoria di Daniela Ceccarelli sulle nevi dello Utah. Da quel giorno sono passati sedici lunghi anni: mai come questa volta abbiamo serie possibilità di rompere il digiuno. Incrociamo le dita.  Intanto preparatevi ai caffè, ci attendono lunghe nottate. Da battere c’è per noi il fuso orario.  

Lorenzo Fabiano

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07 febbraio 2018

Notizia redatta da Redazione