THE GIRO SPEAKS ENGLISH

Dalle strade di Gerusalemme fino a quelle di Roma, la corsa rosa è stata nel nome dei britannici Yates e Froome. Tra gli azzurri bene solo Viviani.

“C’è un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste della Bianchi. Il suo nome è fausto Coppi”, così urlava il radiocronista della Rai, Mario Ferretti, quel giorno del 10 giugno 1949, raccontando l’epica impresa del Campionissimo, che dopo una fuga in solitario di 192 chilometri, scollinando per cinque colli, si apprestava a tagliare il traguardo di Pinerolo.

ANALOGIA

“C’è un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste di Sky. Il suo nome è Chris Froome”, così urlava ai microfoni il telecronista, raccontando l’epica impresa dell’inglese Chris Froome, che dopo una fuga in solitaria di ottanta chilometri, iniziata su quella pendenza che rasentava il 22% del Colle delle Finestre, dov’era posta la Cima Coppi di questo Giro, si stava apprestando a tagliare il traguardo a Jafferau (Bardonecchia), strappando la maglia Rosa al connazionale Simon Yates, rifilandogli una quarantina di minuti di distacco. I due inglesi entreranno nella storia essendo i primi due britannici ad indossare quel prestigioso colore.

Che impresa d’altri tempi! Che immagini di Froome, regalatici quando sull’erta salita ha fatto “frullare” le gambe, per dirla alla maniera del toscanaccio telecronista Riccardo Magrin, iniziando così la trionfale cavalcata in solitaria. In quel momento l’inglese mi ha ricordato, dandomi le stesse emozioni, l’amato Marco Pantani, quando gettava via la bandana e le gambe cominciavano a frullare. Da quel momento lì non ce n’era più per alcuno, così lo è stato anche per Chris.

LUDIS IUNGIT

L’edizione 101 di questo Giro sarà indimenticabile per la bellezza variegata del suo percorso, che ha messo in mostra, durante le sue 21 canoniche tappe, il fascino dell’Italia, offrendo ai milioni di telespettatori immagini del proprio paesaggio durante i 3.546 chilometri, con i 44 mila metri scalati dai protagonisti. Un mare-monti di successo. Un entusiasmo che ha unito la nostra Italia, cioè gli Italiani nel motto del Panathlon “Ludis Iungit”, lo Sport unisce.

ISRAELE

Un Giro iniziato in Israele, terra delle nostre origini spirituali, con la tappa a Cronometro di Gerusalemme e continuato sino ad Eilat, con l’attraversamento del deserto del Negev. Una tre giorni rimasta impressa per quelle splendide e ricche visioni regalateci dall’elicottero, che hanno mostrato come una terra arida possa trasformarsi in un Eden, e regalare benessere alla gente che vi vive. E’ del tutto superfluo aggiungere che anche le immagini delle tante antiche vestigia siano state uno spot mozzafiato. Un invito ad andare in Eretz Yisrael.

«Un successo totale, strepitoso. Sono felice per la fantastica riuscita delle tre tappe del Giro in Israele. Lo speravo con tutte le mie forze. Ma sinceramente è andata meglio delle più rosee aspettative», queste le parole del mecenate ebreo-canadese Sylvan Adams, che ha fortemente voluto il Giro d’Italia in Israele per lanciare il ciclismo in questo Paese. Non solo, ma alla Rosea ha anche partecipato la squadra della Israel Cycling Academy’s, formata da otto corridori ebrei provenienti da altrettanti Paesi come portatori di pace.

GIRO CON DUE GRIMPEUR ENGLISH

Questo 101° è stato un Giro che ha soprattutto parlato inglese per i due protagonisti principali, ottimi entrambi, Simon Yates prima, al quale va l’onore delle armi, e Chris Froome alla fine. Paradossalmente due scalatori nati e cresciuti nella piatta Gran Bretagna.

VIVIANI RE DELLO SPRINT

In questo siparietto a due, molto “British”, la Rosea ci ha omaggiato delle vittorie al fulmicotone del veronese Elia Viviani, maglia Ciclamino del Giro, un vero e sontuoso re dello sprint, un’edizione Mario Cipollini versione 2.0.

Una kermesse ch’è valsa la pena viverla giorno dopo giorno, tanti sono stati gli spunti e lo spettacolo offerti durante tutto il tempo dai suoi protagonisti: dal primo all’ultimo, come Giuseppe Fonzi, Maglia nera del giro, finito ad oltre cinque ore dal vincitore, accomunati tutti dall’affetto dei Suiveur.

Se l’inizio di questa edizione è stato da Gerusalemme, la sua conclusione non poteva non essere che a Roma. Due città simbolo della cristianità unite dallo sport, nel segno del Giro d’Italia. Soprattutto è stato una testimonianza di pace lunga 3.546 chilometri.

Massimo Rosa

direttore@panathlonarea1.it

Vuoi contattare la redazione di Panathlon Planet? Scrivi a redazione@panathlonarea1.it

28 maggio 2018

Notizia redatta da Redazione