TOUR DE FRANCE 2018, VINCONO THOMAS E LA NOIA

La corsa francese ancora una volta è stata guidata, gestita e conquistata dal Team Sky che ha portato alla vittora il trentaduenne gallese Geraint Thomas.

Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Stephen Roche, Miguel Indurain e Marco Pantani: sono loro i magnifici sette ad essere riusciti nell’impresa di centrare la doppietta Giro-Tour.

Negli ultimi venticinque anni solo il Navarro Miguelon e il Pirata di Romagna si sono fregiati di un simile onore. Poi abbiamo assistito a tanti tentativi, ma tutti vani. Non ultimo quello di Chris Froome, quest’anno maglia rosa a Roma finito sul terzo gradino del podio a Parigi.

Il keniano bianco ci ha provato, ma la gamba era priva del necessario smalto e alla fine ha frullato poco. Una maledizione? Un diabolico sortilegio? Tutto quello che volete, ma più verosimilmente la ragione sta in un ciclismo che cambia, si fa sempre più programmato e restringe ai minimi lo spazio dei colpi d’ala dettati dall’istinto.

L’epica langue nella prigionia delle severe tabelle di un foglio excel. È la resa incondizionata della folle vena degli artisti al cospetto del freddo e cinico calcolo dei ragionieri, i veri dominatori di un pedale sempre più intriso di microchip. Se il Giro, corsa nervosa, aspra, e zeppa d’insidie disseminate lungo l’irregolarità del suo percorso, ha regalato spettacolo ed emozioni, il Tour ha offerto più o meno la stessa vitalità di un vecchio telegiornale in bianco e nero condotto dal compianto Mario Pastore. Eppure i grandi protagonisti del pedale di oggi c’erano tutti. Non è questo tuttavia il punto. Oggi esiste una squadra che per sua manifesta superiorità soffoca qualsiasi focolaio di competizione. La corazzata Team Sky ha vinto ben sei degli ultimi sette giri di Francia: Wiggins, quaterna di Froome (egemonia spezzata solamente nel 2014 da uno straordinario Vincenzo Nibali), e adesso Thomas. Cambiano gli attori (tutti britannici) ma il copione è sempre lo stesso: uomini Sky davanti al plotone a scandire il passo; il treno impone cadenze elevatissime e azzera le possibilità di uscire dal convoglio. Corsa bloccata, della serie «Ma ‘ndò vai se il Team Sky non ce l’hai...!».

La regolarità del percorso fa da architrave al progetto: salite ce ne sono, pure lunghe e dure, ma tutte se vogliamo pedalabili: manca la schizofrenia di un picco in grado di far saltare il banco e mandare tutto a carte quarantotto. Ci sono le Alpi con la tradizionale ascesa dell’Alpe d’Huez, ci sono i Pirenei con le scalate del Tourmalet, l’Aspin, e l’Aubisque; non ci sono ad esempio l’Angliru, lo Zoncolan e lo sterrato del Colle delle Finestre, erte più difficili da programmare e per questo esposte alle imboscate. È la solita storia: il Team Sky decodifica la corsa, la pianifica, la controlla, la gestisce, e la vince. Quest’anno è toccato a un gallese di 32 anni, Geraint Thomas, vestirsi di giallo ai Campi Elisi. Presa la maglia, non l’ha lasciata più. Onore, va detto tanto, a Tom Dumoulin, l’unico a provare almeno a dargli filo da torcere. L’impressione è stata quella di un Tour di ordinaria amministrazione, dal destino praticamente già scritto.

Thomas ha colto con merito, quanto la iella gli aveva tolto negli anni scorsi. Mr G è un po’ avanti con gli anni, ma crediamo che per almeno altre tre stagioni possa continuare a recitare un ruolo di prim’attore.

Froome ha incassato con la signorilità di un gentleman l’accanimento e le intemperanze che i francesi gli hanno riservato. Per lui son state bordate di fischi ovunque. Lo hanno trattato come un ladro: riconosciuto innocente, non ha rubato nulla e, piaccia o no, aveva pieno diritto a correre. Non per quelli che ne hanno sentenziato la condanna a prescindere esprimendogli disprezzo sulle strade.

Il pubblico, sempre più avido di protagonismo da esibire ad ogni costo, scambia ormai il ciclismo per una curva da stadio. Un festival degli orrori in cui a farne le spese è toccato allo sfortunatissimo Vincenzo Nibali. Ci auguriamo di poterlo rivedere presto in sella e tornare in forma per il Mondiale di Innsbruck. Chris Froome ci riproverà invece il prossimo anno, senza probabilmente l’assillo dell’accoppiata con il Giro. Idea per il momento da accantonare.

Male infine i francesi, che si consolano con la maglia a pois e i successi di tappa del rapace Alaphilippe. Orfani di Pinot, potevano contare su Barguil e Bardet; fumoso il primo, caricato a salve il secondo. L’ultimo successo risale a trentatré anni fa, quando a sfilare in trionfo a l’Etoile fu il sublime Bernard Hinault. Guarda caso, il Tasso quell’anno fece doppietta col Giro. Altri tempi. Torneranno…?

Lorenzo Fabiano


Massimo Rosa

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22 agosto 2018

Notizia redatta da Redazione