OLIMPIADI, ORA CHIARA APPENDINO PIANGE

Il tira e molla del sindaco di Torino ha di fatto autoescluso la città dalla candidatura olimpica e il ripensamento degli ultimi giorni appare goffo e tardivo.

Un antico proverbio dice: “Chi è colpa del suo mal pianga se stesso”. Mai detto popolare calza a pennello nel caso di Chiara Appendino, sindaco di Torino. Ora che Giovanni Malagò ha presentato la candidatura unitaria di Milano e Cortina per ospitare le Olimpiadi del 2026, piange per l’esclusione di Torino. Too late!

Il primo cittadino aveva tergiversato a lungo, chiamandosi poi fuori…poiché chiedeva di avere sicurezze dal governo sugli ennesimi interventi assistenziali in caso di partecipazione della città e del suo territorio regionale. Ed anche perché riteneva Torino la candidata ideale italiana, vista l’esperienza del 2006.

Al no di Giorgetti si era tirata fuori, non immaginando che le due regioni più virtuose della nostra Italia, cioè Veneto e Lombardia, dopo alcune scaramucce politiche del tipo: “Prima io e dopo tu”, una volta compreso che, sia la città lombarda che la Regina delle Dolomiti Cortina, sono due nomi paritariamente da spendere in un contesto mondiale, essendo sia l’una che l’altra note ovunque, avevano tutto da guadagnare.

Milano per essersi si è rifatta il look con la recente Expo Universale, Cortina per essere la stazione invernale più prestigiosa, ma anche per avere già ospitato le Olimpiadi del 1956 e per accingersi ad ospitare i Mondiali di sci alpino, avevano le carte in regola. Dunque un matrimonio Lombardo-Veneto che riporta la lancetta del tempo indietro. Le due regioni alla risposta del governo “Non tiriamo fuori il becco di un quattrino”, hanno risposto che non importa avendo la certezza di ricorrere ai privati, grazie alle numerose prestigiose aziende con sede nei loro due territori. Saranno dunque, qualora passasse la candidatura, le Olimpiadi dei privati, quelli che sanno fare i conti.

Intanto il sindaco Appendino, con i suoi bei occhioni blu parla alla televisione continuando nella sua filippica contro il Coni che non ha candidato Torino, sottolineando che, esistendo già gli impianti delle precedenti Olimpiadi, non vi sarebbe stato alcun impatto ambientale da stravolgere né tantomeno enormi investimenti, cosa che a dir suo avverrà nel caso Lombardo-Veneto. Dimentica però il signor sindaco che l’impiantistica di Torino 2006 è stata abbandonata a se stessa, e che ci sarà da rimettere le mani per riparare l’incuria di questi anni post olimpici.

Se da una parte Torino è stata virtuosa nell’organizzazione dei Giochi, non lo è stata altrettanto nel mantenimento delle strutture sportive che, ricordiamo, si trovano nella zona della “Via Lattea”, il comprensorio sciistico piemontese più importante con i suoi 400 km. di piste, un territorio che non ha saputo sfruttare l’occasione per un rilancio del turismo.

In questo contesto non va dimenticato il Villaggio olimpico del capoluogo piemontese ridotto ad una Casbah, regno dei disadattati e della droga. Dunque un bendidio olimpico dilapidato.

Di chi la colpa? Di molti! A partire dai comuni su cui insistono gli impianti, alla Provincia, alla Regione Piemonte, al Comune di Torino, al Coni regionale, e perché no anche del Coni nazionale, che avrebbe dovuto monitorare lo stato degli impianti attraverso la sede regionale. Anche perché si tratta di strutture olimpiche. Ma soprattutto l’ignavia dei locali nel lasciare andare, sotto i loro occhi, day by day, quanto di bello era stato fatto.

Ora a tempo quasi scaduto il sindaco Appendino chiede di essere riammessa alla corsa ai Cinque cerchi. Un po’ tardi ci sembra, anche perché sarebbe poco serio riformulare la candidatura. Sarebbe il solito copione del pasticcio all’italiana, di cui certo non ne abbiamo bisogno.

Massimo Rosa

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03 ottobre 2018

Notizia redatta da Redazione